GIOVANNI GASPARRO

Bari 1983. Talento naturale, ha frequentato l’accademia di Belle Arti a Roma ma si considera un autodidatta: “All’accademia non si impara nulla”. A dimostrarne la dimensione internazionale basta ricordare dove si svolse la sua prima mostra personale (Parigi, rue Saint-Honoré, Galerie 91), dove si trova il suo più importante collezionista privato (Anversa), chi ha acquisito nel 2013 il suo quadro dedicato all’enciclica “Casti connubii” (l’Unesco). Le 18 pale d’altare (più altrettante cimase e due teleri) della monumentale chiesa aquilana di San Giuseppe Artigiano costituiscono il più grande ciclo pittorico religioso realizzato in Italia negli ultimi anni. Vive ad Adelfia.

“Giovane valentissimo con una carica di passione e di vitalità che lo ha portato a dipingere 18 pale, prove di un impegno formidabile. Per San Giuseppe Artigiano la scelta di un autore figurativo è la prova di una visione liturgica ed estetica in ordine agli scritti di Papa Benedetto XVI che indicano in modo molto chiaro quale debba essere la funzione delle opere d’arte in una chiesa: una funzione eminentemente liturgica.”
(Vittorio Sgarbi)

ESTER GROSSI

Vezzano 1981. Cresciuta a Luco dei Marsi, ha studiato moda all’istituto d’arte della sua città natale e cinema all’università di Bologna. Ha realizzato manifesti per festival cinematografici e musicali, ha vinto il Premio Italian Factory 2010, nel 2016 ha creato una capsule collection con la stilista Giulia Marani, nello stesso anno ha cominciato a sperimentare la pittura murale (ultimi lavori a Terni e Civitanova Marche)… Sempre continuando a esporre in Italia e all’estero, dove peraltro ha vissuto (nel 2017-18 a New York per un progetto sul porto di Red Hook). Vive a Bologna.

“Ester Grossi dipinge come il grande Alex Katz, uno degli storici artisti associati alla pop art che ha fatto propria l’ideologia della «superficie piatta» che contraddistinse i nuovi pittori americani, sodali di Warhol, in opposizione agli espressionisti astratti alla Pollock. Ester Grossi, per quanto possibile, è ancora più piatta di Katz, una sorta di iperflatness, di ultrapiattezza, che è diventata il segno distintivo della sua opera.”
(Angelo Crespi)

ROCCO NORMANNO

Taurisano 1974. Dalla natia Terra d’Otranto si trasferisce a Firenze dove si iscrive a giurisprudenza che in seguito abbandona per passare all’accademia di Belle Arti, facendo bene i conti perché ci sono meno bravi pittori che bravi avvocati. Nel 2007 ha partecipato ad “Arte italiana 1968-2007” (Palazzo Reale, Milano) e nel 2011 alla Biennale di Venezia – Padiglione Puglia. Nel 2015 ha vinto il Premio Pio Alferano, nel 2017 il Premio Eccellenti Pittori-Brazzale. Vive a Massa e Cozzile, per la precisione a Massa.

“Un caravaggesco vivente, l’ultimo dei caravaggeschi. Giacché Normanno traveste i personaggi delle storie bibliche in abiti contemporanei. E non è all’opera soltanto un virtuoso, ma un nuovo e autentico pittore della realtà. Gli episodi più consueti della iconografia si rinnovano e rivivono sulla scena della vita quotidiana.”
(Vittorio Sgarbi)

TOMMASO OTTIERI

Napoli 1971. Architetto di formazione, ha lavorato come tale in Grecia, a Santorini, nelle Cicladi, e solo dopo il rientro in Italia si è dedicato in modo esclusivo alla pittura. Padrone dell’antichissima, rarissima tecnica dell’encausto con cera d’api, dopo la mostra a Castel dell’Ovo nel 2006 (“Sirene”, a cura di Giovanna Procaccini) ha cominciato a esporre anche all’estero: Académie Royale des Beaux-Arts a Liegi e poi Parigi, Mosca, Madrid, Londra. Nel 2016 ha vinto la seconda edizione del premio Eccellenti Pittori-Brazzale e il premio Pio Alferano. Cresciuto intra moenia, oggi vive al Vomero.

“Ottieri insiste sulla forza suggestiva e svettante dell’architettura, resa con pennellate atmosferiche e luministiche che riportano all’attenzione dello spettatore i centri storici e i monumenti delle città italiane. Un modus pingendi che si richiama ai Grandi Maestri del passato, senza però disdegnare il moderno a-priori della fotografia, sovvertendo le coordinate spaziali e deformando la visione attraverso arditi scorci prospettici.”
(Alberto Zanchetta)

MAURO REGGIO

Roma 1971. Diplomato all’accademia di Belle Arti, all’inizio del Ventunesimo Secolo diventa ciò che furono Pannini e Piranesi ovvero il massimo vedutista romano del proprio tempo. I suoi paesaggi si trovano a Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica Italiana, al Grand Hotel di Roma, nei negozi Bulgari di tutto il mondo. Ne hanno scritto Luca Beatrice, Maurizio Calvesi, Rossana Campo, Paolo Manazza, Marcello Pera e Vittorio Sgarbi. Vive a Rocca di Papa.

“Mauro Reggio segue, da anni e con una ferrea intelligenza pittorica, un proprio percorso consapevole, colto, orgoglioso dei propri retaggi storici; un percorso nel quale l’esperienza, la memoria e l’invenzione si fondono per dare vita a immagini assolutamente e profondamente originali. Invece di riportare su tela ogni singolo elemento elimina quanto potrebbe alterare l’armonia perfetta della sua visione. Operazione che gli consente di arrivare a un lavoro che parte dalla realtà ma diventa un’immagine quasi di fantasia.”
(Emma Gravagnuolo)

ENRICO ROBUSTI

Parma 1957. Hanno scritto di lui, fra gli altri, Federico Zeri, Vittorio Sgarbi, Gene Gnocchi ed Edoardo Camurri. Ha esposto nel 2011 alla Biennale di Venezia e nel 2018 al Riso di Palermo. Oltre che in Italia gli sono state dedicate personali a Londra (Albemarle Gallery), Ginevra (Tox’n’Co), Utrecht (Morren Galleries), Kiel (Der blick aut die kunst). Una sua grande opera, quasi 11 metri per 3, è regolarmente esposta nelle diverse sedi del Museo della Follia. Vive a Parma.

“C’è sempre qualcuno che di fronte a un suo quadro non sa far altro che pronunciare un antipatico cognome pieno di consonanti cacofoniche: Grosz. Bravo, l’abbiamo capito che hai studiato, sono entrambi espressionisti. E con ciò? A parte i secoli diversi e i vestiti diversi e infiniti dettagli diversi, Grosz ce l’aveva con i ricchi, come se i poveri fossero dolci di sale; Robusti ha nel mirino l’intero consorzio umano, compreso quindi sé medesimo. Da quella parte c’è il Manifesto del Partito Comunista, da questa il Vangelo del ‘Nessuno è buono’ (Marco 10,18). E allora avrebbe più senso citare Hieronymus Bosch.”
(Camillo Langone)

NICOLA SAMORÌ

Forlì 1977. Diplomato all’accademia di Belle Arti di Bologna, si cimenta da anni in un cruento corpo a corpo con la pittura antica. Apprezzato ovunque nel mondo e in particolare nel Nord Europa (ha esposto a Copenaghen, Berlino, Stettino, Stoccarda, Dessau, Francoforte, Tubinga, Lipsia, Amsterdam, Kiel…), si segnala anche per la fosca titolistica delle mostre: “Lo spopolatore”, “Pandemie”, “La dialettica del mostro”, “Il venerabile abietto”, “Malafonte”… Nel 2018 ha vinto la quarta edizione del Premio Eccellenti Pittori – Brazzale. Nel 2019 alla Fondazione Stelline di Milano ha presentato una pittura a zolfo su rame di dimensioni monumentali, ispirata al Cenacolo leonardesco. Vive a Bagnacavallo.

“Il volto è ciò che si sporge verso di noi nudo, indifeso, inerme, e che è, per questo, sacro. Samorì muove contro questa sacertà, oppure la porta al suo senso opposto che pure è contenuto nel suo significato. Sacro è ciò che è intoccabile, ma al tempo stesso esecrabile, e dunque uccidibile, come ha detto Agamben in Homo sacer.”
(Franco Rella)

MARTA SESANA

Merate 1981. Ha studiato pittura all’Accademia di Brera, nel 2008 ha esordito con la sua prima personale, nel 2011 ha partecipato alla Biennale di Venezia – Padiglione Lombardia, nel 2018 alla più grande mostra di arte sacra contemporanea organizzata in Italia negli ultimi decenni: “L’arte che protegge”, Palazzo dei Capitani del Popolo, Ascoli Piceno. Vive a Osnago, nel cuore di una Brianza nient’affatto velenosa, anzi, grazie anche alla sua pittura, favolosa.

“Le opere di Marta Sesana sono dominate dal colore, entro una dimensione dionisiaca e antinaturalistica in cui le forme sembrano fluttuare fuori dalle normali coordinate spazio-temporali. Nella grammatica visiva dell’artista, tutto cospira verso la rappresentazione di un mondo onirico, completamente svincolato dalla realtà fenomenologica, sebbene venga il sospetto che i suoi personaggi siano quasi dei feticci, dei simulacri…”
(Ivan Quaroni)

NICOLA VERLATO

Verona 1965. Cresciuto fra le vigne dei Colli Berici, folgorato a sette anni dalla “Flagellazione di Cristo” del Caravaggio, allievo di un monaco-pittore fra i nove e i quattordici, quindi studente di conservatorio a Verona e di architettura a Venezia, infine artista figurativo di plateale e riconosciuto talento (Biennali e Quadriennali e Palazzi Reali nel suo curriculum). La storica dell’arte Suzanne Hudson lo ha inserito in “Painting now” al fianco di David Hockney e John Currin, Gary Hume e Tadashi Murakami, unico pittore italiano successivo alla transavanguardia. Dopo gli anni di Milano, di New York e di Los Angeles, vive a Roma.

“Nicola Verlato innalza il suo talento di virtuoso accademico ad un livello senza pari di celebrazione visiva. Egli è dotato di una intuizione artistica che ci mostra uno straordinario e splendido esercitarsi nel calamitoso e in un senso del tragico denso di pathos visivo. Così facendo egli prova di essere uno dei più imponenti realisti che mai abbiano toccato il pennello.”
(Robert Williams)